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NAIROBI AND THE MIRROR

di Fabrizio Floris *


Nairobi è uno specchio della disuguaglianza globale, dell'apartheid economica, della separazione tra i ricchi, pochi, e i molti che non hanno nulla.

Nairobi è per il visitatore come una “biforcazione” (Remotti 1993). È una città di gente in fila. Specchio delle code davanti alle ambasciate dei paesi occidentali e lungo le autostrade dei vacanzieri. Code di macchine ai semafori, di persone davanti alle banche sempre piene e lunghe file di persone davanti ai dispensari, di gente che cammina, cammina senza sosta per chilometri e chilometri perché non può permettersi di pagare l'autobus. È una città fatta di buchi: per le strade, nei bilanci, nei canali fognari e negli acquedotti, nelle mani dei donatori internazionali e nelle vene dei malati di aids così come nella cultura: incapace di creare una sintesi tra istanze differenti. Specchio dei buchi delle mine anti-uomo vendute dall’uomo bianco ai violenti africani e delle politiche di assimilazione degli stranieri nei paesi del nord.

Nairobi è specchio di un mondo che spinge tutto verso gli eccessi, dove tutto assume forme iperboliche, esorbitanti, istericamente eccessive, spariscono le forme di mediazione, nulla mitiga la situazione: non esistono compromessi, gradualità, stadi intermedi. È una continua battaglia per la morte o per la vita (Kapuscinski 2001).

E come se si fosse di fronte ad un limite che impone delle scelte. O di qua o di là, senza “se” e “ma”. Diventa così lo specchio delle scelte di ogni abitante del pianeta, è lo status confessionis: o con l’uomo o…...

Korogocho è specchio di ogni miseria umana, ma anche di riscatto. Tra l’avvicendarsi di nomadi cittadini, tra l’instabile, il labile e il precario vi sono legami sociali che nascono, reti che si rafforzano e la vita che fluisce. Le contraddizioni forti si attenuano di fronte alla fatica della gente che cammina, cammina e sa essere felice, donare un sorriso ed una stretta di mano, ridere e scherzare. Per “noi” che cerchiamo di catalogare tutto questa città ci mette in ginocchio, vorremo distruggerla, come governanti sempre pronti alla guerra, ma per chi vive il tempo della vita, il Kairos anch’essa è terreno buono per seminare aspettando che germogli il grano. E l’Arida terra di Korogocho riprenderà a fiorire al passo leggero dell’uomo che ritorna alla suo giardino.



* tratto dal libro “Baracche e burattini? La città-slum di Korogocho in Kenya”
L'Harmatann Italia - 2003