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DINAMICHE GLOBALI E CITTA'

di Fabrizio Floris *


Coscienza e rimozione. In tutti i campi esistono fatti che vogliamo non sapere: come le nostre responsabilità verso l’Africa. Nell'epoca dell'informazione globale sta crescendo questa rimozione collettiva di avvenimenti e situazioni che non vogliamo sapere. Per tale ragione la disinformazione acquista un carattere di complicità. Questo silenzio prolungato, questa “disinformazione interiore” rischiano di allontanarci dall'essenziale. I giornali, le televisioni ci condannano all'apparenza. In questo “bombardamento” mediatico nessuno può riconoscere ciò che è cenere e ciò che è essenza, ciò che è polvere e ciò che è embrione. Il presente elaborato si propone di comprendere qualcosa di questo continente che, a parte la sua denominazione geografica, non esiste. È un oceano, un pianeta a se stante, un cosmo vario e ricchissimo.

Esistono, tuttavia, le città dell’Africa. Grandi, affollate, divise: un centro di grattacieli, una città che sale ed una che scende in una serie di circoli di baracche.

In Africa la gente ha vissuto fino al secolo scorso per lo più in piccoli gruppi, in clan isolati e sperduti, sparpagliati su distese sconfinate e ostili, esposti ai rischi mortali della malaria, della siccità, della fame. D’altra parte lo stare e lo spostarsi in piccoli gruppi permetteva di fuggire dalle località minacciate, per esempio da siccità o epidemie, e quindi di sopravvivere. Si evitava lo scontro frontale con il pericolo. Perciò l’africano è tradizionalmente sempre stato un uomo in cammino. Pur conducendo una vita sedentaria in un villaggio era ugualmente in cammino, poiché di tanto in tanto l’intero villaggio si spostava: o perché si esauriva l’acqua, o perché la terra non fruttava più o per il dilagare di un’epidemia. Solo la vita nelle città ha introdotto un minimo di stabilità in questa esistenza. Questa mobilità coatta della popolazione ha fatto sì che in Africa orientale non esistano città veramente antiche. Provengono tutti da qualche altra parte, sono tutti immigrati. Il loro mondo comune è l’Africa, ma nel suo ambito hanno errato e si sono spostati per secoli. Da ciò deriva la caratteristica che più colpisce di questa realtà, e cioè la sua temporaneità, la sua provvisorietà, la mancanza di continuità materiale, di quelle che comunemente chiamiamo sicurezze. L’unica continuità che perdura, anche se anch’essa è oggi in crisi, è la continuità delle tradizioni razziali e rituali, e il culto profondamente sentito per gli antenati. Per cui, più che da una comunione materiale o territoriale, l’africano è unito ai suoi simili dalla comunione spirituale (Kapushinski 2001).

La tradizione africana è collettivista, perché lo stare in un gruppo concorde era l’unico modo di far fronte alle avversità naturali sempre in agguato. E una delle condizioni di sopravvivenza del gruppo è precisamente la condivisione di ogni minimo bene posseduto” (Kapushinski 2001).

L’urbanizzazione ha frantumato le necessità di condivisione e ha portato una crescita dell’individualismo e una molecolarizzazione sociale. Ognuno è solo lungo queste strade. La paura, i pericoli, la crescita della violenza, l’inesistenza di un sentimento di appartenenza collettiva, i limiti della cultura tradizionale, incapace di concepire istituzioni e soluzioni per quote ampie di popolazione, stanno, insieme alla cattiva impostazione coloniale, favorendo l’affermarsi di una città senza società. Possibile che sia la ricchezza a generare questo virus? Difficile rispondere, fatto sta che nelle città economicamente più avanzate dell'Africa vi è maggiore violenza che nelle città povere. Le culture che avevano resistito allo shock coloniale sembrano cedere di fronte al denaro. Nella tradizione occidentale la ricchezza è abbinata alla fatica, all'impegno, all'intelligenza, qui arriva completamente deconstestualizzata: ricchezza e basta, solo pesa (7). Del processo di colonizzazione culturale in atto passa solo la parte più immediatamente visibile, la casa, i vestiti, la macchina. La fatica di costruire, l'impegno, il sacrificio non si vedono. Nel tempo dell'accelerazione dei processi economici si punta a diventare ricchi e subito. Lo spirito, l’anima e la società scompaiono. Non c’è fiducia. In ogni frase o discorso si insinua il virus della menzogna, e “io non credo a nessuno”. Ne deriva un individualismo senza società, un'economia senza capitale sociale, una legge senza giustizia. Il muro comunitario e di solidarietà tipico del villaggio vacilla. Il denaro ha come surclassato tutti i valori che la gente conosce, possiede, ma che lascia sommersi negli abissi dell'animo. Esso genera come uno stato d'ipnosi temporanea che porta a dimenticare i propri ideali.

Si pensava che il capitalismo potesse crescere e svilupparsi solo all'interno di una società con regole ed istituzioni, ma negli ultimi anni ha preso una nuova forma nella quale le regole, le istituzioni e la società sono minimi.

Come nella teoria della concorrenza perfetta non c'è spazio per il bene comune, e la mano invisibile non è in grado di crearlo. Tutti corrono per essere i primi a mangiare una torta che diventa ogni anno più piccola. All'ineguale distribuzione della ricchezza non c'è altra scelta che preferire l'uguale distribuzione della povertà ? Forse si tratta di un'alternativa troppo rigida, ma concretamente le scelte devono passare per queste strade. Avviene così che il furto sia il modo più utilizzato per “allargare la torta”, ma è chiaramente un gioco a somma zero.

Tuttavia sta crescendo, tra la gente degli slums la consapevolezza che solo nell'unità è possibile pensare di potere fare qualche piccolo cambiamento e la gente inizia a crederci. La stretta vicinanza, l'incombere continuo di difficoltà comuni, gli anni passati insieme nello stesso fazzoletto di terra, sono sempre più spesso collante per iniziative e lotte comuni. Il fatalismo lascia il passo alla lotta per conquistare diritti che vogliono diventare acquisiti, parole che prendono forma e vita quaggiù tra il fango e la polvere, tra le fogne e l'immondizia. Secondo Jemina, lungo questo “sabato del tempo” la vita procede tra oscurità e segni di speranza, ma ci sono alte possibilità che la situazione cambi in meglio “high chances of things being better”.



* tratto dal libro “Baracche e burattini? La città-slum di Korogocho in Kenya”
L'Harmatann Italia - 2003