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KOROGOCHO: LA TERRA CHE FA VOGLIA A TROPPI
intervista a Gino Filippini




a cura di A. GARUSI

Gino Filippini è un volontario dello Svi (Servizio volontario internazionale), con trent’anni di esperienza africana alle spalle, che da tempo ha scelto di vivere a Korogocho.

Poche città al mondo sono costruite su un apartheid economico così spietato come Nairobi. Su quattro milioni di kenioti, oltre due milioni (il 60% della popolazione urbana) è costretta a vivere nell’1,5% della terra totale della municipalità. Cosa ancora più incredibile, è che quella misera percentuale non appartiene ai baraccati, ma al governo che può demolire come e quando vuole i vari slum, spingendo i poveri sempre più in là, giù dal precipizio.  È in questo contesto che opera il Pamoja Trust (Pamoja, in kiswahili, significa insieme), ovvero l’anima della Campagna per la terra a favore dei baraccati di Nairobi, il cui scopo è di organizzare gli oltre cento slum della capitale in un unico movimento in difesa dei diritti dei senza-terra. Ciò che si chiede al governo è semplice: il riconoscimento della proprietà a chi ci vive da tempo. Un’ipotesi che appare meno remota dopo le dichiarazioni del presidente Daniel arap Moi, nel novembre 2000, in occasione della visita a Korogocho. Da allora che cosa è successo? Lo chiediamo a Gino Filippini, un volontario dello Svi (Servizio volontario internazionale) con trent’anni di esperienza africana alle spalle, che da otto ha scelto di vivere qui e di camminare assieme a questa gente verso un’esistenza più dignitosa e più umana.

Quello della terra è un problema antico in Kenya.
Sì. Ma ora, con la crescente urbanizzazione avvenuta negli ultimi trent’anni, è emersa una facciata particolare: quella dello spazio urbano, fabbricabile. La questione, comunque, data dall’occupazione britannica. Sua Maestà si accaparrò le zone dell’altopiano centrale costringendo i kikuyu, una tribù essenzialmente contadina, ad abbandonare le proprie terre migliori. La terra poi prese una connotazione diversa da quella iniziale. Da terra che provvede al fabbisogno alimentare della popolazione, divenne supporto ad un’economia fondata sull’esportazione diretta al Nord Europa. Questo ha portato ad una destrutturazione dello status territoriale tradizionale. Prima della colonia, non c’era una proprietà privata, ma di clan che si occupava dell'amministrazione. Gli inglesi hanno sovvertito quest'ordine.   Il Kenya cercò ovviamente di opporsi. Negli anni ’50, sotto la guida di Jomo Keniatta – futuro primo presidente – ci fu una lotta armata per riprendersi la terra. L’indipendenza, raggiunta nel ’63, non è stata accompagnata però da un ritorno alla condizione precedente: alla Corona britannica è subentrata un’élite locale. Ancor oggi, la gran parte di queste è concentrata in poche mani. È una delle cause che ha portato alla rarefazione di terre ad economia familiare.
Oggi c’è una mancanza di terra. Quelle a vocazione agricola – pari al 18% del Paese – sono tutte sovraoccupate. Molti contadini finiscono quindi per gravitare sulle città. Qui è cresciuta enormemente la speculazione edilizia. Continuamente assistiamo all’attribuzione di terre che non rispettano le normative. L’esodo massiccio dalle campagne ha portato alla crescita esponenziale della popolazione di Nairobi, che nel giro di cento anni è passata da zero a tre milioni di abitanti. Attualmente, ha una crescita di circa il 6% all’anno. Il che vuol dire 200mila abitanti in più, da sistemare.

Quanti sono gli slum a Nairobi?
Quelli grossi, con centinaia di migliaia di persone, sono 4 o 5. Poi però ce ne sono altri di minori. Nell’insieme si parla di un centinaio di slum, dove abitano un milione e mezzo o due di persone (più della metà della popolazione della capitale). Occupano uno spazio, pari all’1,5% dell’intera area urbanizzata. Siamo in una situazione di assoluta ingiustizia, di fronte alla quale la gente ha cominciato a reagire.

Quanto costa una baracca?
Dipende dal tipo di materiale, dalla posizione, ecc. Di solito è un "monolocale", una stanza di tre metri per tre, separata in una parte giorno e una notte da una tenda. L’affitto medio di una baracca – fatta di fango, col tetto di lamiera o di fogli di plastica – può andare dai 300 agli 800 scellini (80 scellini corrispondono ad un dollaro). Rapportando dieci dollari ad una popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno e percepisce mensilmente un reddito di 20-30 dollari, si comprende come la cifra dell’affitto sia altissima. Rimane molto poco per il cibo, l’acqua, i vestiti, la salute, la scuola. Abbiamo spesso casi di mamme che sono buttate fuori di casa perché non ce la fanno a pagare. Il grosso rischio è che Korogocho cambi faccia, ma con costruzioni migliori, inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Questa sarebbe costretta nuovamente a sloggiare e a cercarsi un altro spazio vitale, in un altro bassofondo, dove rimettere in piedi un’altra baracca. Non sarebbe la soluzione. Ecco la sfida di oggi, dal momento che si affaccia la possibilità di un cambiamento.

E cioè?
Nel novembre 2000, durante una visita a Korogocho, il presidente Daniel arap Moi ha annunciato che la terra governativa, finora occupata illegalmente, sarà ridistribuita ai residenti. Questo fazzoletto di due km per uno verrà messo a loro disposizione, in modo che si studi una nuova pianificazione del territorio: delle case e dei servizi. È stata una buona notizia. La sfida è di riuscire a raggruppare tutta la popolazione in una stessa visione. Le soluzioni studiate devono andare bene a tutti, e non soltanto ai più benestanti. I proprietari delle baracche – circa un 20% dell’intera popolazione – rivendicano un diritto alla proprietà della terra ad esclusivo loro vantaggio. A primo avviso, potrebbe sembrare un’ipotesi accettabile. Il rischio è, però, che privatizzando la terra, questa diventi un bene commerciabile, su cui poi si scatenano le azioni speculative. Una stanza non costerebbe più 300 o 800 scellini, ma anche 2000, e quindi fuori dalla portata di quasi tutti. Stiamo dunque cercando di tutelare la fasce più povere, dal momento che lo Stato non offre altre opportunità. La soluzione va cercata a Korogocho, va cercata lì.

Dopo la visita di Moi, come vi siete mossi?
La prima operazione è stata quella di fare un censimento della popolazione e delle case. I proprietari dicevano: siamo solo noi che dovete recensire. Quando hanno compreso che lo Stato intendeva includere anche gli affittuari, hanno fatto di tutto per boicottare la cosa: minacce, intimidazioni di ogni tipo. Alla fine, però, hanno dovuto piegarsi. E si è riusciti a completare il censimento. Questo ha fotografato la presenza di circa 100mila abitanti. Ma la lotta non è finita. I proprietari sono decisi a non mollare. Hanno portato la causa in tribunale. In novembre, la corte dovrebbe pronunciarsi (ma a tutt’oggi non l’ha ancora fatto, ndr). Solo che la magistratura, in Kenya, si compra; e dunque è tutto da vedere come finirà. Ci auguriamo che non ci siano ritorni indietro, perché sarebbe un peccato.

Qual è la vostra strategia, a livello legale?
Il cartello di organizzazioni di coloro che vivono negli slum di Nairobi, si chiama Muungano wa Wanavijiji (Unione dei baraccati). Ha una sezione in ognuna delle otto aree dell’intera capitale. La direzione è nata a seguito di una campagna di informazione fatta nei quartieri. Ognuno di questi ha eletto i propri rappresentanti.
Dopo la visita del presidente Moi, si è proceduto ad elezioni di un altro comitato molto più ristretto, rappresentativo sia della categoria dei proprietari di baracche sia di quella degli affittuari. Due persone più altre due sono stati nominate in ciascuno dei sette quartieri. Dunque 28 persone, elette dalla base, sono i portavoce della comunità di Korogocho. È un primo soggetto chiamato a fare un lavoro di partnership insieme con i rappresentanti del governo.
C’è un terzo attore: una Ong che ha preso il nome di Pamoja Trust (Pamoja significa insieme) ed è sorta tre anni fa con l’obiettivo di cercare soluzioni per il problema delle terre urbane, a cominciare da Nairobi. Questa dà un valido supporto giuridico al Muungano wa Wanavijiji. È alla ricerca di una metodologia: come organizzare il passaggio della terra dallo Stato alle mani dei residenti? Secondo quali criteri? Il Pamoja Trust, dunque, sarà l’autore del bilanciamento. A Nairobi non ci sono precedenti in questo senso.

Quante persone lavorano nel Pamoja Trust?
Quest’organismo ha al suo interno delle figure notevoli. La prima è la presidente, Jane Weru, avvocato. Ne fanno parte poi giovani donne, molto coraggiose, che animano le diverse aree di baraccopoli occupandosi di questioni specifiche. È un’organizzazione fortemente motivata ad uscire dalla stato di negazione del diritto. Da quello della terra a tutta una serie di altri diritti. Ciò che stiamo tentando di conquistare è in sostanza la democrazia: le figure politico-amministrative, fino ad oggi, sono nominate dall’alto e non dalla base. E allora grossi problemi – ad esempio, come arginare l’Aids e l’alcolismo o come rispondere all’analfabetismo e alla delinquenza – non sono affrontati dalle autorità locali. Ogni cosa sarebbe probabilmente molto diversa, se si tenessero delle reali elezioni. Un processo bloccato dal governo proprio perché è molto più comodo avere dei funzionari come "semplici cinghie di trasmissione" di direttive governative, piuttosto che come leader autonomi eletti dal popolo. Si auspica, dunque, un decentramento di autorità.

A quali altri paesi sta guardando il Kenya per risolvere il problema terra?
Il governo si avvale di consulenze di esperti provenienti dal Sud Africa e dallo Zimbabwe. Proprio a Nairobi, inoltre, ha sede Habitat, l’Agenzia delle Nazioni Unite per gli insediamenti urbani. Attualmente, sta premendo sul governo perché si decida ad agire.
A Korogocho, abbiamo poi avuto visite dall’India. In questo paese, da trent’anni, c’è un’organizzazione che raggruppa gli abitanti delle varie baraccopoli. Bombay è la città più grossa: ha 13 milioni di abitanti, di cui un terzo vive negli slum. Ci sono andato per avere un’idea più precisa delle loro attività. Ho visto a che cosa può condurre una coalizione di migliaia di persone coscienti della condizione in cui vivono, consapevoli del fatto che insieme potrebbero cambiarla. Lì è appunto in atto un lavoro di coscientizzazione profonda, alla ricerca di soluzioni concrete. Man mano la gente si rendo conto di tutto ciò, versa delle quote giornaliere per costituire un fondo che serve sia alla ricerca, che alla costruzione di servizi igienici, acqua potabile, ecc. e al pagamento di una specie di mutuo sulla casa.
L’organizzazione di base è formata soprattutto da donne, le persone alle quali sta più a cuore il problema casa. Sono più determinate ad impegnarsi. E oggi questa coalizione ha acquisito moltissimo potere. Dunque quando uno Stato prende in considerazione il problema e quando c’è organizzazione che si fa davvero portavoce dei senza voce, le soluzioni tecniche poi si trovano. Questa è la lezione che, dall’India, porto con me a Nairobi.

Che tipo di ruolo ha svolto la chiesa cattolica nello slum di Mathare Valley, a Nairobi?
Un ruolo davvero molto ingrato. Praticamente, la terra è passata dalle mani dello Stato a quelle della chiesa, cui spetta il compito di ridistribuirla secondo il piano finanziato dalla cooperazione tedesca. I più ricchi, che sono stati risarciti del valore delle baracche costruite, naturalmente si oppongono. Rifiutano cioè l’idea di essere equiparati, d’ora in avanti, a tutti gli altri: primo perché perdono l’opportunità di guadagnarci su, e secondo perché alcuni ex proprietari, risiedendo fuori dallo slum, sono esclusi dal programma.
Altre organizzazioni, espressioni della popolazione, avrebbero dovuto svolgere questo ruolo di mediatore, non la chiesa. Di questo errore, siamo ben coscienti a Korogocho; fra l’altro p. Alex si è sempre opposto. Comunque, sia per Mathare Valley che per Korogocho, c’è una posizione netta da parte della chiesa. Ed è a favore di una soluzione che possa convenire a tutti, non solo a una minoranza.

Il gesto di Daniel arap Moi è, a tuo avviso, politicamente isolato o fa parte di un progetto che andrà avanti, anche dopo un cambio presidenziale?
Questa prospettata soluzione del problema terra potrebbe essere anche un’opportunità che la classe politica ha scelto in funzione delle elezioni del prossimo anno. Un’operazione di facciata, dunque. Lo vedremo. Coscienti di tale rischio, cerchiamo di spingere avanti le cose il più possibile adesso. Almeno per portarle ad un punto di non ritorno. Le soluzioni adottate finora, in tema di slum, sono state quelle di smantellarli e di avviare degli upgrading project (progetto di miglioramento). Che hanno portato alla costruzione di case popolari, finite però nelle mani di speculatori. Si è visto che, se si vuole davvero risolvere il problema dei poveri – una massa troppo grossa ormai per non poterla vedere – bisogna andare alla radice. Vanno trovate soluzioni, che vadano bene ai poveri e non fatte "per" i poveri e quindi girate ad altri. Da una parte c’è questa presa di coscienza dei baraccati stessi e questa volontà delle Nazioni Unite che sono presenti e decise a lavorare di più. Dall’altra, quindi, sarà più difficile per il governo keniota lavarsene le mani. La nuova maturazione acquisita potrebbe portare la gente a nuove manifestazioni di piazza e violenze; lo Stato le teme fortemente.

A cura di ALESSANDRA GARUSI
[MISSIONE OGGI]

tratto dal sito http://www.saveriani.bs.it/