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Korogocho
è il nome di uno slum (baraccopoli) abitato da oltre
centomila persone. Ci troviamo all’equatore ai 1700 metri
dell’altopiano nella città che i Masai hanno
chiamato Nairobi – ‘acqua fredda’. La
particolarità di Korogocho che in kiswahili, non per caso,
significa ‘caos’, è quella di essere sorta a
fianco della enorme discarica di Nairobi. Qui ogni centimetro
è sfruttato al massimo delle possibilità; si rimane
colpiti dalla quantità di baracche. La attraversano
quattro vie di terra, o di fango quando piove e da queste si
dirama un dedalo infinito di sentieri larghi 50 centimetri, tra
muri di fango secco e lamiere, tra rifiuti e rigagnoli di
liquame. Su una delle quattro vie, c’è una
lamiera con una scritta: ‘Korogocho Street Children
Programme’ (KSCP). Qui nel centro per i bambini di
strada di Korogocho sta per iniziare una festa. Nei giorni
precedenti sono stati raccolti un po’ di soldi per poter
acquistare gli striscioni di tela, i colori, ma anche per poter
offrire un pasto a tutti i presenti. Nel mio sacchettino ho
trovato un uovo sodo, un’arancia e tre fette di pane da
toast. Da bere è stata procurata una polverina, che
sciolta nella tanica, dà all’acqua il colore e il
sapore dell’aranciata. Delle garze gessate vengono
tagliate e messe nell’acqua; serviranno poi per creare
delle maschere di gesso, che prenderanno forma sui visi stessi
dei bambini. In un angolo un educatore con attorno dei
ragazzi, riprova ancora una volta i movimenti che rivedrò
poi durante la rappresentazione. Tra poco partirà da qui
la manifestazione dei bambini che attraverserà tutta la
baraccopoli. In un’intervista recente Peter Dalglish,
fondatore della ‘Street Kids international’,
dichiarava: “cinquant’anni fa migliaia di ragazzi e
ragazze, sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, affiorarono
dalle ceneri di grandi città come Dresda, Amburgo, Tokyo.
Per sfamarsi rovistavano nelle cataste di immondizia e si
accalcavano intorno a dei falò per scaldarsi. Erano gli
antenati spirituali dei ragazzi di strada di oggi e il mondo
corse in loro aiuto. Per risolvere i loro problemi si istituì
l’UNICEF. Il cielo era affollato di aerei che lanciavano
loro il cibo con il paracadute. Si costruivano nuovi ospedali e
si aprivano scuole speciali. Allo stesso modo i bambini di
strada dei nostri giorni dovrebbero essere premiati per la loro
tenacia e la loro capacità di sopravvivere”. In
Kenya il fenomeno dei bambini di strada ha avuto negli ultimi
anni una crescita esponenziale. In un’intervista al
Daily Nation, il più autorevole quortidiano di Nairobi, il
Direttore del ‘Dipartimento dei servizi ai bambini’,
dichiara le seguenti cifre: “nel 75 c’erano poco
più di 100 street children in tutto il Kenya. Nel ’90
erano 17.000, oltre 150.000 nel ’97. A Nairobi c’è
stato il seguente trend: 3.600 nel ’89, 40.000 nel ’95,
60.000 nel ’97”. Ma i numeri attuali sono ben più
impressionananti e individuano in circa 300.000 (!) gli street
children nella sola Nairobi. Attorno alla capitale sono sorte
decine di baraccopoli, sobborghi sovraffollati, abusivi, senza
acqua corrente, senza energia elettrica, senza fogne e senza
strade. L’irruenza dell’aumento demografico e
l’esplosione urbana rendono difficile ogni censimento; ma
si calcola che il 60% dell’intera popolazione di Nairobi,
oltre due milioni di persone, viva nelle baraccopoli. La
stragrande maggioranza degli ‘street children’
proviene dalle baraccopoli e le cause che determinano la
migrazione dalla casa (baracca), alla strada sono diverse, ma
comunque sempre traumatiche. A volte le baracche vengono rase
al suolo; famosa fu l’evacuazione di Muoroto all’inizio
degli anni ’90, che procurò migliaia di senza casa.
Nel ’98 le piogge torrenziali di El Nino resero senza
casa molti abitanti delle baraccopoli. Una volta che la gente
perde la propria abitazione, per qualsiasi causa, non esiste
nessun meccanismo perché possa essere ricollocato da
qualsiasi altra parte. Di norma un’intera famiglia abita
in una sola stanza. Non esistono aree di ricreazione per i
bambini. La mancanza di comfort fisico e di privacy, porta i
bambini in mezzo alla strada, specialmente se la madre è
alcoolizzata o si prostituisce. Le donne immigrate dalle
campagne risultano le più colpite perché per la
maggior parte non hanno educazione scolastica ne specializzazione
di lavoro. Molte di queste donne nel corso degli anni, hanno
avuto relazioni instabili con uomini che hanno rifiutato la loro
responsabilità di genitori. Uno studio dell’Unicef
rivela che queste così definite ‘single mothers’,
non sposate, divorziate o vedove, trovano lavori duri e con
guadagni molto limitati. Molte, forzate dalle circostanze,
intraprendono attività illegali, come la vendita ambulante
senza licenza, la vendita di liquori illegali o la
prostituzione. Quando le donne vengono arrestate per queste
attività, i loro bambini sono lasciati abbandonati a loro
stessi e alla strada. Spaventosa e inesorabile è la
catastrofe dell’AIDS. A Korogocho sembra che circa la metà
della popolazione sia sieropositiva e qui quasi nessuno può
permettersi il lusso delle medicine. Il persistente incremento
del livello di povertà è inevitabilmente associato
con i programmi di aggiustamento strutturale (Structural
Adjustment Programmes SAPs). Questi programmi sono stati
introdotti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca
Mondiale per aiutare e rivitalizzare l’economia. I
programmi hanno imposto tagli alle garanzie nello stato sociale,
sulla salute e sull’educazione. Ai genitori, tra le altre
cose, è oggi richiesto di contribuire ai costi di
educazione dei figli. Questi pagamenti includono il costo di
testi, uniformi scolastiche, materiale per scrivere, quaderni e
ancora: contributo alle attività, contributo all’edilizia
scolastica e perfino il costo per i fazzoletti Kleenex . La
conseguenza è che molti bambini non frequentano più
la scuola. Il Centro KSCP, apre al mattino e chiude a metà
pomeriggio. Accoglie chi ci vuole andare, garantendo ai ragazzi
un pasto caldo. Nel Centro lavorano alcuni volontari e pochi
educatori (social workers), che ne ricavano un piccolo
stipendio. Il loro non lo si può paragonare ad un
normale lavoro. Chi avrà il coraggio di vagare di notte
tra le baracche, potrà incontrare i social workers
impegnati nella pratica delle relazioni sociali con i bambini che
dormono per strada. E’ un primo approccio, si cerca di
ottenere la loro fiducia; senza chiedergli di rinunciare al loro
barattolino di colla-droga li si invita a frequentare il Centro.
Chi vuole provare ad entrare in relazione con questi bambini
deve imparare a parlare la loro lingua: lo ‘sheng’, è
un idioma in continua evoluzione e lo si parla soprattutto nelle
baraccopoli. E’ diffuso tra i giovani ed è un
misto tra kiswahili, inglese e dialetti locali. Monica
Gaspari, volontaria inviata dalla onlus ACCRI di Trento, da
qualche mese sta cercando di imparare lo sheng. Starà a
Korogocho per tre anni, per supportare e consolidare la struttura
del ‘Korogocho Street Children Programme’. Sarà
un’esperienza straordinaria e durissima, soprattutto per
una donna. Al Centro si cerca di far verificare ai ragazzi che
non esistono soltanto i rapporti corrotti e prevaricanti, sempre
direttamente connessi alla pratica della sopravvivenza. Si
vuole che sperimentino un modo diverso di stare assieme e di
comunicare; si cerca di dar significato alle tre parole che
costituiscono il motto del centro: amore, speranza e
dignità. Ogni persona, grande o piccola che sia, ha
delle necessità minime ma fondamentali e queste necessità
sono di fatto riconoscibili come diritti fondamentali: il diritto
alla alimentazione, alla sanità, alla dignità,
all’istruzione. I bambini non comprendono perché
siano ridotti a vivere in una bidonville in mezzo alla sporcizia,
poichè loro non sono in alcun modo responsabili della
propria sorte. Gli psicologi dicono che l’infanzia, nel
nostro processo di crescita, è considerata come l’età
dell’oro. Ma i bambini e le bambine di strada sono stati
abbandonati dalla ‘società’, prima di poter
conoscere questa età. In certe situazioni si è
costretti a crescere alla velocità di un razzo e per per
loro è stato così, sono bambini con gli occhi di
adulto. Un grande falò conclude la festa, le notti
sull’altopiano sono fredde e i ragazzi si ammucchiano
vicinissimi al fuoco. Quelli che non hanno più nessun
famigliare o un tetto di lamiera che li possa riparare,
dormiranno sdraiati per terra, vicino alle ceneri del falò,
uno appiccicato all’altro, stretti per potersi scaldare un
po’. Peter Dalglish concludeva l’intervista
dicendo: “noi adulti dobbiamo porci qualche pur difficile
domanda sui governanti corrotti, sui politici privi di scrupoli,
sul modo di agire di alcune multinazionali, sul modo di agire
delle organizzazioni finanziarie mondiali. Il fatto che
raramente ci poniamo queste domande riflette la nostra tendenza a
tollerare il male e la nostra abituale sottomissione
all’autorità. La vera tragedia è che i
bambini di strada possono contare solo su di noi per avere un po’
di aiuto, ma il loro coraggio è purtroppo ricambiato con
indifferenza e apatia. Ma io credo che la capacità di
resistenza di questi ragazzi, debba essere riconosciuta e
incoraggiata e possa fornire il filo della speranza per il mondo
intero”. Se durante un viaggio in Kenya vi dovesse
capitare di passare per Nairobi, quasi sicuramente entrerete in
uno dei grandi magazzini del centro. Tutti vendono anche prodotti
alimentari, comprate del latte e una confezione di pane e
metteteli in un sacchetto a parte. Quando uscirete, troverete
qualche bambino lungo la via, o meglio, saranno sempre loro a
trovare voi. Non scacciateli e non trattateli come insetti
fastidiosi, non dategli soldi, ma provate ad accarezzargli la
testa, li stupirete molto e li scoprirete come sono davvero:
assolutamente indifesi. A proposito: ricordatevi di
lasciargli la borsa con il pane e il latte.
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