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MISSIONE
IN DISCARICA
Di fronte
alla baraccopoli di Korogocho, una delle tante che circondano
Nairobi, sorge l’enorme collina della discarica: il Mukuru,
così la gente chiama la grande discarica di
Nairobi. All’ingresso della discarica, i camion
rallentano e ha inizio l’assalto di uomini e ragazzi, che
cercano di salire, di aggrapparsi, così come ci si
aggrappa ad una speranza. Tutto viene raccolto, davvero
tutto. Tappi di bottiglie, dentifrici usati, pezzi di vetro,
carta, ossa, plastica… Migliaia di persone vivono sul
riciclato, gente della discarica, emarginati, così come i
ragazzi di strada, ce ne sono a decine di migliaia nelle
baraccopoli e molti naturalmente anche in discarica. Emarginati
sono i giovani che molto spesso, entrano nel giro della droga,
dell’alcoolismo e per vivere si mettono insieme e diventano
delle bande. Emarginati sono i malati di AIDS, soprattutto
donne e in buona parte donne con bambini, qui le chiamano “single
mothers”. “La popolazione di Korogocho è
composta per il 60-70% da donne con bambini. Se sei una
ragazzina nata a Korogocho ci sono poche speranze per guadagnarsi
da vivere se non la prostituzione. Ma non è una scelta”,
spiega Alex Zanotelli, missionario Comboniano che da dodici anni
condivide l’estrema povertà e tutti i disagi con gli
abitanti della baraccopoli. “Nessuna ragazza vorrebbe
prostituirsi, non c'è altra via. A volte mi siedo accanto
a queste ragazze e gli dico: "... Ma oh ! guarda che
prenderai l'AIDS" e loro mi dicono: "Lo so benissimo,
ma cosa ci posso fare io ? Alex per favore prendi un pezzo di
carta e scrivi - morta per AIDS - e su un altro - morta per fame
- e poi tira su, è la stessa cosa !". Si, è
lo stesso Zanotelli che alla fine degli anni settanta e per quasi
dieci anni, come direttore della rivista Nigrizia, ha saputo
prendere posizioni precise e imporsi all'opinione pubblica
italiana, affrontando i temi del commercio delle armi, della
cooperazione allo sviluppo affaristica e lottizzata,
dell'apartheid sudafricano. Padre Alex racconta una storia,
che gli ricorda un volto, il volto di Omari. “Una
ragazzina con due bimbi che mi è capitata un giorno in
baracca. – “Come ti chiami ?” – “Non
lo so” mi risponde – “Come non lo sai !”
– “Mi chiamano Omari” , mi fa. – “Ma
a che etnia appartieni ?” – “Non lo so. Non so
chi siano i miei genitori! Mi sono trovata a tre o quattro anni a
girare per le strade di Nairobi. I ragazzi mi chiamavano Omari.
Sono vissuta per sette o otto anni nella zona industriale di
Nairobi. Un giorno sono stata violentata ed ecco il mio primo
bimbo. Poi qualche anno dopo sono stata di nuovo violentata ed
ecco il mio secondo figlio. Allora sono fuggita dalla città
e mi sono rifugiata nella discarica cercando di sopravvivere
raccogliendo rifiuti, ma sono stata cacciata perché non
ero dei loro e sono venuta a Korogocho. Non ho casa. Sono
vissuta mangiando frutta scartata e dormendo con i miei due bimbi
sotto le bancarelle del mercato Njinga. Ora non ce la faccio
più. Aiutami !” “L’ho invitata a
cercare un po’ di lavoro nella piccola cooperativa della
discarica. Così fece e riuscì anche a pagarsi
l’affitto di una baracca… poi scomparve. Me la
vidi ritornare alcuni giorni fa con tre bambini”. - “Ma
chi è questa bimba più grande che hai con te ?”,
le chiesi. “L’ho incontrata per caso un giorno in
città. E’ una ragazza di strada come me. Mi ha
chiesto se potevo accoglierla… le ho detto di si e così
ora è con me! Il Signore provvederà !” I
poveri sono grandi maestri di vita. Con l’aiuto di Gino
Filippini, un volontario laico di Brescia e di Claudina Bertola,
volontaria inviata dalla ONG italiana ACCRI, è nata una
cooperativa formata da gente della discarica che compra il
riciclato che prima veniva venduto ai mediatori. Il guadagno
viene distribuito, secondo un’economia di uguaglianza, fra
ragazzi di strada, o donne che vengono a vendere il loro
riciclato e che prima venivano pagate pochissimo”. I
componenti della cooperativa possono lavorare ai margini della
discarica, sempre sui rifiuti ma fuori dalla discarica:
impacchettando carta o caricando pezzi di vetro sui camion. Si
cerca di produrre anche del fertilizzante e delle mattonelle da
ardere. Ancora Zanotelli: “sono gli stessi poveri che
cercano di diventare soggetti della loro storia, è come se
fosse nata un’economia che tiene conto dell’aspetto
sociale. Ad esempio hanno mandato una donna della discarica a
fare un corso di infermieristica. Quando l’ha finito
l’hanno assunta e ora la pagano per dare la prima
assistenza a chi rimane ferito. Nella discarica si rovista a
mani nude e sorprese terribili sono sempre in agguato. Bisogna
pensare che gli ospedali di Nairobi invece di bruciare i loro
rifiuti, come dovrebbero, mandano in discarica camion pieni, che
svuotano tutto: siringhe, sangue… tutto”. Ma in
discarica c’è sempre meno lavoro, perché
quello che arriva è comunque il rifiuto dei rifiuti; i
rifiuti utilizzabili restano in città. In poco più
di un’ora di macchina dalle baraccopoli di Nairobi, si può
arrivare alla Rift Valley, la terra dei Masai. Ma gli incantesimi
e le suggestioni di Karen Blixen restano lontanissime. Father
Alex, come lo chiamano qui, si muove con passo svelto e deciso,
ogni mattina lascia la sua baracca già prima delle sette e
con lo zaino in spalla va e accumula chilometri, le sue gambe
sono l’unico mezzo di locomozione che possiede. Spesso
Zanotelli va in discarica a trovare i più poveri tra i
poveri. Giunto al centro della discarica, estrae dallo zaino
una Bibbia in Kiswahili, una tonaca immacolata ed una lunga
stola. Qui improvvisa una piccola celebrazione, una preghiera
collettiva dove a turno i ragazzi della baraccopoli che l’hanno
seguito e quelli della discarica che si sono uniti, si alternano
al megafono e senza timori, rinnovano i loro buoni propositi e
comunicano le loro speranze; in fondo una sola: che anche per
loro possa esistere un posticino in questo mondo, che anche per
loro ci possa essere una possibilità. Rientrando a
Korogocho, si trovano delle piccole e sparute bancarelle senza
pretese, che alla sera si scorgono appena, illuminate dalla luce
debole e fastidiosa delle lampade a petrolio. Si possono
comprare cipolle, patate, pomodori e pochissimo altro per la
spesa quotidiana, poiché il frigorifero e la spesa
settimanale sono un ricordo ed una possibilità lontana
migliaia di chilometri. Nella baracca il petrolio è
usato per le lampade e per il piccolo fornello con cui ci si
preparerà la cena. Qui tutto acquista un significato
diverso, tutto quel poco che si possiede e si condivide, è
prezioso e va usato con attenzione e riguardo. L’acqua
che si userà per bere, per cucinare, per lavarsi; non la
si otterrà aprendo un rubinetto, ma bisognerà
versarla da una tanica. Ma prima ancora bisognerà
ricordarsi della fatica di andarla ad acquistare e di
trasportarla alla baracca. Sono le dieci di sera, si cena con
la luce avara delle lampade a petrolio. Padre Alex ha
terminato la lunga giornata con il suo solito giro serale, per
andare a visitare gli ammalati nelle loro baracche. “E’
un servizio che ti spezza il cuore, per le immense tragedie che
vedi “. All’improvviso sentiamo bussare con
violenza alla porta. Padre Alex con la lampada in mano va ad
aprire; vediamo un uomo che si sostiene appoggiandosi allo
stipite. Difficile defirne l’età, è
ubriaco e sanguina dalla testa. Sapremo poi che sorpreso a
rubare, è stato picchiato a sangue. Zanotelli cerca
qualcuno che vada a procurare una macchina per arrivare
all’ospedale. Finalmente la macchina arriva, ma inizia
una fitta discussione in Kiswahili tra padre Alex e
l’autista. Ora tutti sembrano d’accordo, l’ubriaco
con la testa rotta viene caricato sull’auto che parte. La
discussione riguardava il prezzo per il trasporto dell’uomo
all’ospedale. Ma si sono anche dovuti trovare i soldi per
il primo ricovero (poco più di venti dollari); altrimenti
nessuno oggi, può entrare in un ospedale o in un pronto
soccorso di Nairobi. Padre Alex ha gli occhi lucidi, gli
chiediamo spiegazioni. “Era anche malato di AIDS”,
dice. “Sua moglie è morta questa mattina di AIDS al
Kenyatta Hospital, ma lui ancora non lo sapeva e nessuno di noi
ha avuto il coraggio di dirglielo”. Zanotelli, a
differenza di altri, non chiede offerte; proprio non ama
barattare una offerta in denaro per i poveri, con una sia pur
piccola azione di giustizia. La carità e la generosità
non sono purtroppo bastate in questi anni a migliorare le
condizioni di vita dei disperati delle baraccopoli. I dati
ufficiali dell’ONU, raccontano la tristissima evoluzione di
questi poveri, che in pochi anni sono stati condannati ad una
vita da miserabili. “Oggi, più che mai, serve
giustizia”- dice Zanotelli – “E’
necessario impegnarsi per un modo di vivere più sobrio e
più giusto”. Padre Alex, vive una esperienza
missionaria, senza protezioni e senza paragoni, tra spirito e
agire, una contrapposizione che in lui riesce a convivere con
sorprendente equilibrio e con reciproci e continui stimoli. Padre
Alex è una formidabile sintesi di conoscenza, compassione
(intesa come capacità di patire con l’altro),
efficace azione pratica e straordinaria resistenza
psicofisica. E’ tardi, ci si da la buonanotte, la
giornata forse è terminata, ma è difficile capire
quando iniziano e dove finiscono le giornate di Alex
Zanotelli. Padre Alex sgombra il tavolo, avvicina le due
lampade a petrolio e per vederci un po’ meglio accende
anche una candela. Inizia a scrivere, lo fa tutte le sere,
deve rispondere a delle lettere, deve scrivere un articolo, deve
gridare con la voce dei poveri, le sue denunce appassionate e
profetiche. Buonanotte e grazie, caro indispensabile Alex
Zanotelli.
… da poveri a miserabili
Il
Kenya è uno stato indipendente dal 1963. In un
recentissimo documento dell’ONU, è stato definito
‘arretrato e strutturalmente handicappato’, insieme
ad altri 47 paesi, di cui 31 africani. In altri termini, si
tratta di paesi totalmente marginalizzati ed esclusi dalla logica
del mercato, come acquirenti o consumatori di beni e servizi,
perché senza alcun potere d’acquisto. Oggi si
calcola che il 55% della popolazione di Nairobi (oltre due
milioni di persone) viva nel 1,5% del territorio totale della
municipalità, occupato dalle baraccopoli.
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