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I POVERI PER I POVERI
UMOJOTA NI NGUVU UTENGANO NI UDAIFU: L’UNITÀ È FORZA, LA DIVISIONE È DEBOLEZZA


intervista a p.Daniele Moschetti *


Da tre anni padre Daniele vive a Korogocho, una delle 199 baraccopoli di nairobi. Il missionario svolge un'intensa attività a favore dei malati terminali, per il recupero dei tossicodipendenti e delle prostitute. Il suo desiderio è che i poveri siano messi al centro della comunità e che si troni più radicalmente al Vangelo.
D.: Vuoi presentarti ai nostri lettori?

R.: Sono Padre Daniele Moschetti, missionario comboniano. Ho 43 anni e sono nato a Varese. Da tre anni sono a Korogocho, una delle 199 baraccopoli di Nairobi, in Kenia. La nostra parrocchia, Kariobanghi Parish, conta circa 300.000 persone (la sola baraccopoli di Korogocho ne comprende 120.000). La situazione di Nairobi è davvero assurda: la città conta 4 milioni di persone e di questi 2,5 milioni vive costretta in meno del 5% del territorio cittadino; sono appunto le 199 baraccopoli di Nairobi.
Il 70% della popolazione di Nairobi è data da giovani con meno di trent’anni, con tutte le problematiche connesse: la carenza di istruzione, gli enormi problemi sanitari, droga, alcool e prostituzione, per non parlare dell’AIDS.

D.: da quanto tempo sei a Korogocho?

R.: Tre anni. Sono ritornato in Kenia nel 2001, dopo aver studiato, dal 1992 al 1996, teologia al Tangasa College di Nairobi.

D.: Perché hai voluto studiare teologia in Africa? È diversa la teologia lì?

R.: No, non è la teologia ad essere diversa. La teologia è uguale dappertutto, ma c’è il discorso dell’inculturazione, la realtà locale. Io desideravo comunque andare in Africa a studiare la teologia; noi comboniani abbiamo diversi scolasticati in più parti del mondo e possiamo scegliere, chiedere di andare da una parte piuttosto che in un’altra, poi i superiori ti mandano dove, magari, c’è più necessità.

D.: Quindi hai studiato anche insieme a dei preti africani?

R.: E non solo africani. Il nostro era un collegio internazionale e ospitava studenti di almeno trenta o quaranta nazionalità diverse.

D.: Un varesotto di nascita che si forma in Africa. Si notava la differenza?

R.: Eh si, noi varesotti siamo un po’ freddi.

D.: E dove ti sei “scaldato”? In missione o già prima di andare?

R.: No, anche prima di partire per l’Africa ero a contatto con esperienze di emarginazione. A Milano, lavoravo con Mani Tese. Prima di entrare nei comboniani, dai 15 ai ventisei anni, ho lavorato per undici anni, partecipavo a Mani Tese e la sera studiavo ragioneria.

D.: Con chi sei adesso a Korogocho?

R.: In questo momento sono solo come comboniano. Korogocho non è ancora una parrocchia ma praticamente abbiamo un’attività analoga ad una parrocchia. Korogocho è divisa in ventisei piccole comunità cristiane, due celebrazioni liturgiche la domenica, tutta una serie di lavori con i malati, solitamente malati terminali, malati di AIDS, tubercolosi e altre patologie gravi. Abbiamo poi altri progetti in sviluppo connessi con il recupero dei tossicodipendenti, delle prostitute.

D.: E chi ti aiuta?

R.: Ci sono diversi laici. In questi ultimi anni collaboriamo con un’associazione legata alle diocesi di Trento e Trieste; è un progetto vero e proprio di cooperazione tra le Chiese, quelle di Trento e Trieste con la Chiesa di Nairobi: un ottimo lavoro! Sono particolarmente contento di quello che hanno fatto, ad esempio, per i bambini di strada.

D.: Ci sono anche laici locali, africani, come catechisti, volontari…?

R.: Certamente. Abbiamo sempre investito moltissimo proprio nella formazione dei laici, dei leader delle comunità cristiane, ministri dell’Eucaristia, lettori… tutta una serie di servizi e ministeri che danno un senso più profondo anche alla celebrazione eucaristica della comunità. Davvero, per noi, l’Eucaristia non è soltanto del prete che celebra, ma della comunità intera.

D.: Nel nostro video per la Giornata Missionaria dello scorso anno, una delle testimonianze era proprio la tua, una croce che attraversa la bidonville di Korogocho. È un gesto forte perché non c’è nulla di più evangelico della croce, ma anche nulla di più misero di chi sta in croce. L’impressione che se ne ricava è che non si può immaginare una Chiesa africana senza i suoi laici. Che dire alle nostre comunità cristiane in Italia?

R.: E’ fondamentale la visione di comunità che abbiamo. Se la immaginiamo come una piramide con a capo il prete e poi, sotto, i laici, allora è faticoso formare dei laici e affidar loro delle responsabilità. A Korogocho, fin dall’inizio, fin da quando c’era padre Alex Zanotelli, abbiamo cercato di seguire questa linea, proprio partecipando e condividendo tutte le responsabilità, dando fiducia ai laici, con tutti i problemi che ne derivano. Puoi dare fiducia e puoi anche essere “tradito” da questa fiducia che dai. Però credo sia l’unica strada per riuscire a far emergere realmente nelle persone la capacità di servizio alla propria gente, ai poveri. Al centro della nostra pastorale ci sono i poveri e, dunque, i poveri per i poveri. Korogocho è già, materialmente parlando, una realtà molto povera. E’ il Kenia dove il 50% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e nella baraccopoli è ancora peggio. Quindi, non è facile, ma noi stiamo cercando di mettere i poveri al centro della comunità. Non è facile perché i poveri mangiano da poveri, nella discarica. La nostra chiesa è proprio davanti alla più grande discarica di Nairobi dove ogni giorno arrivano centinaia di camion e scaricano montagne di immondizia mentre una “flotta” di gente poverissima si arrampica su queste montagne per tirarne fuori qualcosa con cui sopravvivere. Questi sono i più emarginati tra gli emarginati.

D.: Tu sei un missionario, vivi in missione, ma anche lì c’è una Chiesa: la Chiesa di Nairobi. Il vescovo sa di te? Hai un rapporto con lui? Ti sente parte del suo clero?

R.: Certo, l’arcivescovo Raphael S Ndingi Mwana’a Nzeki sa che siamo lì, a Korogocho, anche se non è con lui che è iniziata l’esperienza di Korogocho. Prima c’era il Cardinale Maurice Michael Otunga, morto recentemente, una figura di santo, un africano molto umile, un uomo di preghiera che serviva veramente la sua gente. All’inizio forse aveva un po’ di timore nell’immaginare un missionario bianco che andasse ad abitare in mezzo alle baracche, a tentare di vivere come loro, però poi ha capito questa presenza. Anche il nuovo arcivescovo apprezza la nostra presenza. Questo è fondamentale perché che un pastore, specie in una realtà dura come quella di Nairobi, deve essere capace di relazioni.

D.: E il rapporto col clero locale come é?

R.: E’ una situazione diversificata. Nairobi comprende anche tante zone di campagna, dove forse si può vivere più tranquilli, rispetto alla realtà della città. Molto dipende poi da dove vivi in città; esistono infatti zone più ricche e più tranquille. Ma realtà come la nostra vedono quasi esclusivamente la presenza dei missionari: realtà di periferia, realtà difficili da gestire. Ad ogni modo decisiva è sempre la testimonianza, perché per un missionario andare a vivere in Africa è comunque una scelta, la scelta di stare con i più poveri. Le difficoltà sono anche inedite e legate al nuovo volto delle città africane. La missione in senso forte è quella nelle città; invece molto spesso noi siamo ancora tutti formati per andare in missione nelle campagne e non a confrontarci con la complessità della città cosmopolita, dove tante culture si incontrano e tanti conflitti si creano proprio dall’incontro di etnie diverse. C’è una situazione di vera e propria confusione. Non a caso Korogocho vuol dire “confusione”.

D.: Davvero?

R.: Si, la parola korogocho significa “confusione, caos”…

D.: Prova a dargli un altro nome, come lo chiameresti tu?

R.: Ah!, non so, mi piacerebbe molto chiamarlo “convivialità delle differenze”.

D.: C’è una parola africana che traduce convivialità?

R.: Credo di no, comunque non ci ho mai pensato.

D.: Potrebbe essere “mensa” oppure “mangiare insieme”…

R.: Si, ci sono anche dei proverbi che esprimono questo concetto. Ad esempio: UMOJOTA NI NGUVU UTENGANO NI UDAIFU. Tradotto in Italiano vuol dire: l’unità è forza, la divisione è debolezza. E’ un proverbio swairi che uso molto perché è il simbolo della comunità cristiana, ma anche della lotta per i diritti della gente alla casa, all’educazione, al lavoro.

D.: Un’ultima domanda. A fine settembre c’è stato a Montesilvano un grande appuntamento di tutto il mondo missionario italiano. Quasi 1500 persone. Immagina di aver preso anche tu in mano il microfono per due minuti davanti a tutto il mondo missionario italiano. Cosa avresti detto?

R.: Che dobbiamo ritornare più radicalmente al Vangelo. Siamo troppo compromessi e i compromessi non pagano alla lunga. A volte anche come chiese non abbiamo posizioni chiare. Il Vangelo però è chiaro, a noi il compito di mettere in pratica quello che Gesù ci chiede.

D.: E se, oltre a prendere la parola, a Montesilvano ti fosse stata data la possibilità di porre un gesto. Avresti riproposto la processione con la tua grande croce di Korogocho?

R.: Si, perché no? Bisogna sempre portare la croce. In questo mondo ci si vergogna di portare la croce, ci si vergogna… ma la croce è il segno di come la sofferenza e il sacrificio sono l’unica via per arrivare alla soluzione.


AGENZIA FIDES [
www.fides.org] - 19 novembre 2004
Intervista a Padre Daniele Moschetti, comboniano a Korogocho.
a cura di Angelo Sceppacerca e Serena Di Sabato