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LA TERRA DEGLI ULTIMI
Il cielo è per tutti ma la terra è per pochi



Ai Kikuyu, ai Masai, ai Nandi e ad altre popolazioni le terre furono tolte con la forza. Situate ad almeno 1400 metri sul livello del mare, queste terre godevano di precipitazioni regolari e abbondanti ed erano quindi ben adatte all’agricoltura.
I colonnizzatori britannici effettuarono sugli altipiani del Kenya, tra il 1893 e il 1911, ventotto grandi operazioni militari come quella in cui nel febbraio 1904 vennero uccisi circa 1500 Kikuyu e confiscati oltre 9000 capi di bestiame.
Le terre tolte agli africani, vennero date in concessione, gratuitamente o quasi, ai coloni britannici.
Gran parte delle terre fu accaparrata da pochi proprietari fondiari, uno dei quali possedeva più di 400 mila ettari.
Il cielo è per tutti, ma la terra è per pochi.
La ribellione scoppiò intorno al 1950 sugli “altipiani bianchi”; qui nacque l’”Esercito per la terra e la libertà”, una organizzazione clandestina formata per lo più da Kikuyu che vi aderivano in base alla pratica del giuramento.
Il loro programma era molto chiaro: “di cosa ci hanno privato ? Della terra e della libertà. Cosa vogliamo ? La terra e la libertà !”
I ribelli, che gli inglesi denominarono “Mau-Mau”, furono infine sconfitti nel 1956 dalle forze militari inviate da Londra. Tuttavia, anche se sconfitta, la ribellione dei Mau-Mau convinse il governo britannico che ad una colonia sempre più ingovernabile era preferibile un Kenya indipendente, ma collegato alla Gran Bretagna come “dominion” nel quadro del Commonwealth.
Il Kenya ottenne l’indipendenza nel 1963.
I terreni migliori in tutta l’Africa, sono sempre stati destinati alle colture per l’esportazione.
Oggi le grandi multinazionali occidentali, ricevono in concessione vastissimi appezzamenti di terra dai governi locali. Dopo pochi anni però, con l’utilizzo intensivo di pesticidi, il terreno non produce più e la piantagione di ananas o banane deve spostarsi su nuovi terreni.
Migliaia di contadini e piccoli agricoltori locali vengono espropriati dei loro piccoli appezzamenti di terra per consentire al governo di provvedere alle nuove concessioni reclamate dalle multinazionali.
I colonizzatori occidentali oggi non ci sono più, ma le cose non sembrano essere cambiate molto.
Oggi il Kenya è la cartolina d’Africa più conosciuta, ma è anche una grande bugia.
Bisogna passare tra le baraccopoli sovraffollate dei sobborghi di Nairobi, abusive, fatte di povertà e di violenza, senza acqua corrente, senza energia elettrica, senza fogne e senza strade. Da qui bisogna passare per vedere il retro nascosto della cartolina che i turisti non vedono durante il loro soggiorno Kenyota.
Ma d’altra parte, basta allontanarsi per mezz’ora dalla confusione e dal traffico di Nairobi e ci si trova nella quiete delle colline Ngong, dove si ritrovano le suggestioni e l’incantesimo de “La mia Africa”, spazi infiniti, la natura selvaggia e incantata.
Senza ostacoli allo sguardo da queste colline ci si affaccia sulle sconfinate praterie della Rift Valley, la terra dei Masai, fieri e orgogliosi pastori guerrieri.
Il cielo è per tutti, ma la terra è per pochi.
Siamo all’equatore e alla sera la Croce del Sud si accende, basta guardare in alto e il cielo da una speranza a tutti.
Ma perché le speranze acquistino consistenza, è meglio nutrirle e crescerle con fatti concreti.
Alex Zanotelli ha fatto molto in questi anni per dare consistenza alle speranze dei suoi concittadini o meglio: dei suoi vicini di baracca.
“Spesso si pensa che il problema della terra sia tipicamnete latinoamericano” spiega padre Alex. “Scopriamo invece che sta assumendo toni drammatici anche in Africa. Il Kenya ne è un esempio lampante. In un paese come il Mozambico, dove multinazionali e boeri stanno comprando enormi appezzamenti di terreno, è diventato oggi un dramma nazionale. Per noi a Korogocho la terra è il problema centrale”.
Zanotelli, missionario Comboniano, da undici anni abita a fianco della enorme discarica di Nairobi, in una modestissima baracca di Korogocho, una delle decine di baraccopoli che occupano le periferie di Nairobi.
“Ho scommesso anch’io sulla terra non solo di Korogocho, ma sulla terra di tutte le baraccopoli di Nairobi, la superba regina degli altipiani, una città che fin dal suo nascere (1899) è stata retta da una apartheid economica fra le più obbrobriose al mondo”, dice padre Alex.
“I dati statistici non arrivano dal Governo e nemmeno dal Comune ma curiosamente dalla Ambasciata americana, che ha fotografato Nairobi pezzo per pezzo, con un aereo militare, poi ha messo insieme la mappa ed è arrivata a queste conclusioni: il 55% della popolazione di Nairobi (oltre due milioni di persone) è costretta a vivere nel 1,5% della terra totale della municipalità.
Questa terra appartiene al governo, che può dare 24 ore di preavviso agli occupanti e poi demolisce le baracche (è già accaduto in passato), buttando i poveri sempre più in là.
Ma ancora, in queste immense bidonville l’80% dei baraccati sardinizzati non possiedono neanche la baracca, ma pagano l’affitto ai proprietari, che molto spesso non vivono in baraccopoli”.
Questi sono i ‘nuovi quartieri’ dell’esplosione urbana delle città del sud del mondo.
Nairobi, chiamata la “città del sole” è circondata da una paurosa corona di spine: le baraccopoli.
I bambini di strada sniffano dalla bottiglietta della colla e i più grandi si ubriacano con il changoa, il liquore proibito dal governo, distillato dalle donne della baraccopoli.
Si calcola che circa l’80% dei maschi adulti faccia abuso di alcool.
E poi i molti, troppi che vivono l’immensa tragedia di essersi ammalati di AIDS, che non possono permettersi il lusso delle medicine e che attendono la morte abbandonati in una solitudine inversamente proporzionale all’affollamento disumano delle baraccopoli.
Oltre il 60% della popolazione di Korogocho è composta da donne con bambini.
L’introduzione di una nuova legge che prevede la registrazione della terra sotto il nome dell’uomo, priva la donna del diritto di usofrutto. Mentre nel passato le terre erano di proprietà comune e coltivate, ora le donne possono solo godere dell’uso della terra tramite i loro mariti.
Le donne non sposate non hanno alcun tipo di diritto. Non sorprende quindi la grande migrazione verso i centri urbani.
Padre Alex ha scommesso davvero, non solo con il suo impegno quotidiano, ma anche l’intero ammontare del Premio Antonio Feltrinelli, l’equivalente italiano del Nobel per la pace, assegnatogli dalla Accademia dei Lincei.
Ad onor del vero Zanotelli rifiutò il Premio, ma poi scrisse una lettera all’ Accademia: ”Non era certo mia intenzione ferire voi o le vostre intenzioni. Lungi da me! Ma in coscienza non mi sentivo di accettare un tale premio. Mi sembrava di fare la comparsa di turno nella passerella del “buonismo” internazionale, mentre la realtà dei dannati della terra si fa di giorno in giorno sempre più drammatica.
Da quando sono sceso a Korogocho, questa sovrapopolata baraccopoli di 100.000 alla periferia di Nairobi, ho sentito che non potevo più accettare premi. Il vostro non è il primo che rifiuto (ho già detto di no ad altri!). Mi conforta il fatto che Gandhi avesse pure preso una simile decisione. Tutto questo era aggravato poi dal fatto che al Premio fosse abbinata una bella somma di danaro (500 milioni) che se “spezzato”, condiviso, come dice il teologo Pieris, diventa pane, eucarestia! Oggi c’è bisogno di giustizia, non di carità. L’Accademia dei Lincei avrebbe il coraggio di nominare per il Premio il Pamoja Trust ? Così il premio potrebbe avere un grande significato politico e arriverebbe al momento giusto”.
L’Accademia si informò, valutò la proposta e infine decretò: “Premio per un’impresa eccezionale di alto valore morale e umanitario a Pamoja Trust di cui Alex Zanotelli è uno dei fondatori”.
Rilasciò quindi il Premio all’associazione che è l’anima della campagna per la terra a favore dei baraccati di Nairobi.
La campagna, che ha riunito e organizzato in un unico movimento tutte le baraccopoli in difesa dei diritti dei senzaterra, chiede che il governo del Kenya riconosca che la terra appartenga alle comunità dei baraccati che ci vivono e che sono vittime di un sistema di “apartheid economica”, questa è la definizione data dal più grande quotidiano del Kenya, il Daily Nation (che appartiene all’Aga Khan). Ma forse questo genere di apartheid non è altro che una riproposizione locale della grande aparthied economica che governa il mondo.
Il Pamoja Trust (Pamoja in Kikuyu significa insieme) è un piccolo ma qualificato gruppo di persone kenyane dedicate alla causa dei senzaterra e presieduto dalla avvocatessa Jane Weru.
Ancora Padre Alex : “Noi crediamo che i bisogni fondamentali sono diritti fondamentali (basic needs are basic rights).
Nessuno parla mai dei diritti umani fonfamentali, per esempio il diritto alla alimentazione, alla sanità, alla scuola di base. A Korogocho, che in swahili significa confusione, migliaia di ragazzi non possono andare a scuola perché non hanno i soldi per poterselo permettere. Queste sono le conseguenze degli aggiustamenti strutturali della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Fino a ieri i poveri potevano almeno andare all’ospedale, oggi non possono più entrare perché per il primo ricovero al Kenyatta Hospital bisogna pagare anticipatamente 1500 scellini (poco più di 20 dollari) e spesso bisogna condividere il letto con un altro ammalato”.
Zanotelli tiene molto alla chiarezza, perché la realtà possa essere ben compresa, così come le inevitabili responsabilità che la determinano.
In fondo è proprio per amore di verità e chiarezza che ha rifiutato il Premio assegnatogli.
Ma le cose a volte si complicano e questo, quando ci sono di mezzo i poveri, accade spesso. Infatti il governo inizialmente manifesta l’intenzione di distribuire la terra ai proprietari delle baracche. Ma questo appare un nuovo tradimento per i poveri.
Jane Weru, a Roma per ritirare il premio per conto di Pamoja Trust, afferma: “E’ una scelta ingiusta e discriminatoria, la quasi totalità della gente della baraccopoli non possiede la baracca. Quindi la terra andrà ai più ricchi proprietari che vivono fuori dalla baraccopoli e faranno lievitare i prezzi, costringendo i più poveri ad andarsene”.
Nel frattempo i baracaccati si organizzano sulla base di nove circoscrizioni politiche di Nairobi.
I delegati si ritrovano con 9 vasi di terra, la terra delle baraccopoli, che gli anziani mescolano religiosamente per farne un’unica realtà. Un vecchio Kikuyu poi la benedice con una solenne preghiera.
Un giovane Ghitei, ricorda a tutti che la lotta di oggi per la terra (Ardhi), ha radici molto antiche in Kenya: la lotta per l’indipendenza fatta dai Mau-Mau era connessa strettamente alla lotta per la terra.
Gli anziani depongono sul palmo della mano dei presenti un po’ di terra delle baraccopoli.
Con questa terra viene proclamato insieme il Manifesto della Campagna per la Terra che sarà presentato al governo di Daniel arap Moi.
“Ci rifiutiamo di vivere come rifugiati nella nostra nazione, senza un luogo dove vivere, crescere e prosperare.
Noi siamo cittadini di questa bellissima terra e non vogliamo viverci da vagabondi.”
Così suona il Manifesto della Campagna per la Terra, carico di speranza e voglia di vivere.
La terra che occupa Korogocho è proprio la terra degli ultimi; è poca: una striscia lunga circa due chilometri e mezzo e larga poco più di uno; ed è anche puzzolente data la totale mancanza di fognature, ma anche per l’estrema vicinanza della discarica.
Discarica che è giornalmente rovistata dall’assoluta miseria della gente, costretta a nutrirsi dei rifiuti della città dei ricchi.
Quando piove, nella baraccopoli il fango è ovunque, ci si rimbocca i pantaloni, attenti a non scivolare. Ci si cimenta nell’impossibile impresa di evitare le pozzanghere che invadono tutte le stradine di Korogocho, trasformandole in fiumi di fango.
Ma quando non piove per giorni, l’aria secca trasporta ovunque polvere e terra e con essa la tubercolosi, sempre in agguato.
Zanotelli spesso ripete: “vedere con i propri occhi e sentire con il proprio naso, è tutt'altra cosa che guardare gli esclusi in televisione o leggerli nelle statistiche”.
Alla fine di novembre il governo manifesta la sua disponibilità a dare la terra in dono a chi vive in quattro baraccopoli: Kamae, Chalenzi, Montainview e Korogocho.
Ribadisce che la terra su cui sono costruite le baraccopoli appartiene al governo, che però è disponibile a darla alla gente che ci vive, astenendosi dal dire a chi la terra verrà assegnata.
Con forte disappunto dei proprietari delle baracche, passa il principio, accettato dal governo, secondo cui verrà istituito un apposito comitato per la terra a cui parteciperanno in pari numero sia i rappresentanti dei proprietari che degli affittuari.
Attraverso le stradine in terra di Korogocho, i ragazzi trasportano un cartello che verrà eretto al centro della baraccopoli.
Alcuni di loro hanno sciolto del gesso nell’acqua e si sono dipinti il viso.
Come sempre i bambini e i ragazzi sono i più numerosi, con la loro capacità di immaginare quello che gli adulti non sanno più; così, con la loro genuina rumorosità comunicano la loro voglia di vivere. Loro non hanno bisogno di raccontarla o rappresentarla, loro semplicemente la vivono in modo schietto, sincero e soprattutto contagioso.
Commovente l’incontro dei rappresentanti delle bidonville, in cui ognuno scrive il nome della propria baraccopoli sulla mappa di Nairobi.
Tutti insieme poi con le mani alzate rinnovano la promessa di sostenere la campagna per la terra.
“Unità ?”, “l’arma dei poveri”; “paura ?”, “schiavitù perenne” rispondono in coro. “E chi ha paura ritorni nel seno della donna che l’ha partorito” grida a voce alta mama Kamande.
Ma ora cosa potrà accadere ?
I proprietari delle baracche che non abitano nella baraccopoli potranno accettare che il governo assegni un piccolo pezzo di terra a chi la abita ?
Si riuscirà a trovare un compromesso accettabile senza che si scatenino violenze ?
I più poveri sapranno immaginare di poter solidarizzare tra loro e cimentarsi in forme cooperativistiche ?
Chi non ha mai posseduto nulla saprà resistere alla tentazione di rivendere il suo pezzetto di terra a qualche proprietario pù ricco, per poche migliaia di scellini ?
Anche padre Alex sa che a queste domande non esistono risposte certe, almeno per ora.
Oggi però è un giorno di festa e alla presenza di Willy Motunga, Presidente della Commissione per i Diritti Umani in Kenya, viene eretto un cartello nell’unico spiazzo della baraccopoli con la scritta: “Korogocho is our home” (Korogocho è la nostra casa).
Il cielo è per tutti e la terra è per pochi.
Nel cielo c’è qualche nuvola, ma c’è anche una speranza, nutrita con forza, caparbietà e pazienza, che oggi sembra aver scelto il momento di misurarsi con la realtà.


di Giovanni Mocchi – Giugno 2001